Celebrazione Eucaristica
presieduta da
S.
E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello
Festa della Sacra Famiglia
Teano, 30 dicembre
2011
Chiesa Cattedrale
~
Saluto
iniziale
Celebriamo,
fratelli e sorelle, la Festa della Sacra Famiglia, con qualche difficoltà quest’anno
perché ricorre in un giorno feriale, ma con la stessa intensità, lo stesso
entusiasmo dell’anno scorso. Chiamiamo le famiglie, o almeno alcune della
nostra Diocesi, a rinnovare la loro adesione l’uno all’altro insieme a Dio: i
genitori ai figli e i figli ai genitori, i fratelli ai fratelli, poi ci sono i
nonni e le famiglie allargate che guardano alla Famiglia di Nazareth come a una
stella a cui riferirsi per il proprio cammino. Gesù, il Figlio di Dio
incarnato, ha voluto scegliere la via naturale per venire al mondo, e il luogo
naturale della vita è la famiglia. Iniziamo col chiedere perdono per tutte le
mancanze rispetto alla carità che deve animare i vincoli all’interno di una
casa, di una famiglia. Ognuno di noi ha una famiglia alle spalle e una famiglia
di cui è parte in questo momento: nei confronti dell’una e dell’altra abbiamo
delle colpe di cui chiedere perdono.
Omelia
Carissimi
fratelli e sorelle,
nella
luce del Natale guardiamo alla famiglia che Dio ha scelto per entrare nel
mondo. La famiglia è portale della vita, ostensorio di vita, e la nostra
attenzione, che nel giorno di Natale era ristretta al Bambino deposto nella
mangiatoia, pane da mangiare nella “casa del pane” che è Betlemme, si allarga
per guardare un uomo e una donna, Giuseppe e Maria, la famiglia di Gesù, una
famiglia non solo ritratta nel momento della nascita ma anche nei momenti di
difficoltà. Nel Vangelo l’abbiamo vista nell’atto liturgico offertoriale e quindi
anche del distacco, perché la famiglia mentre ci tiene insieme, ci prepara al
distacco: la casa è ciò da cui siamo invitati a partire.
La
Sacra Famiglia di Nazareth da sempre è stata modello di vita cristiana per le famiglie
e questo modello si fa tanto più luminoso oggi, quanto più la famiglia è
disgregata, in pericolo di frammentarsi, di segmentarsi per tante incidenze
culturali ed anche per tanti egoismi che entrano e fanno ritenere impossibile ai
giovani, erroneamente, poter stare insieme come coniugi tutta una vita. Adesso
le famiglie sono come i contratti di lavoro: mai definitivi, sempre temporanei,
sempre a medio termine. Stai ancora con
tua moglie? Stai ancora con tuo marito? È ancora quella tua moglie, tuo marito?
No, sono al secondo, al terzo, al quarto... Normalmente chi poi fallisce al
primo “quadro” è, secondo leggi anche psicologiche, pronto a franare al secondo,
al terzo, al quarto, quinto tentativo. Allora guardiamo innanzi tutto alla Famiglia
di Nazareth e poi alle nostre famiglie per rimotivarci. Questa Eucarestia dev’essere di lancio e rilancio del progetto famiglia come
unica via naturale e cristiana per l’evolversi della vita in una maniera
armonica.
La
Prima Lettura ci ha portati molto indietro nel tempo, ad una famiglia, ad una
coppia che soffriva per l’assenza dei figli - oggi ce ne sono tante, diverse,
perché ci si sposa tardi - che era in tensione dolorosa perché non veniva un
figlio. Oggi un figlio è un bene; dovete immaginare che nell’antichità era un
bene sommo: una coppia senza figli era in qualche maniera – mi riferisco alle credenze
veterotestamentarie – una famiglia maledetta, perché il figlio è benedizione
(la maledizione veniva anche dalla percezione di non partecipare al flusso della
vita che prima o poi avrebbe fatto fiorire il Messia). Sara ed Abramo vivono
questa difficoltà di non avere figli e quindi di non avere futuro. Oggi la
difficoltà ad avere figli da parte di tante coppie è la difficoltà a pensarsi
nel futuro e a pensarne uno di futuro, perché i figli sono il futuro (Ecco è sua grazia il frutto del grembo… Come frecce in mano a un eroe - dice il Salmo
126 - sono i figli della giovinezza)
e un altro poeta, non biblico ma libanese, Gibran, dice che i figli sono le frecce che scoccano dall’arco dei
genitori, perché i figli vanno lontano geograficamente ma anche temporalmente:
i figli, lo speriamo - lo speriamo vivamente, beninteso -, sopravviveranno a
noi. È dolorosissimo quando sopravvivono i genitori ai figli, è un dolore
gravissimo; normalmente sono i figli e desideriamo che i figli - utilizzo il
plurale perché anche il Vescovo ha tanti figli, anche i preti hanno tanti figli,
e non mi fraintendete - desideriamo che i figli ci chiudano gli occhi, come
dicevano i nostri nonni: Tuo figlio ti
chiuderà gli occhi, cioè farà su di te, per te quel gesto di pietà che è il
gesto dell’amore. Ti chiuderà gli occhi piangendo. Noi speriamo di congedarci
da questa vita con una scena per certi aspetti idilliaca, pur nel dramma e nel
dolore, che è vedere intorno al nostro letto, raccolti, i nostri figli e
possibilmente le loro famiglie e i nostri nipoti, i figli dei nostri figli: è
una scena di benedizione, molto presente nella letteratura dell’Antico Testamento.
Da quella coppia - Abramo è il padre nella fede - nel Vangelo ci è stata
presentata la coppia di Maria e di Giuseppe all’atto di una formalità - ma nel
senso più bello del termine - liturgica che è l’offerta del primogenito, così
come mediteremo in una maniera più approfondita il prossimo 2 febbraio. Adesso
vogliamo chiedere alla Famiglia di Nazareth l’arte di volersi bene senza limiti,
l’arte di perdonarsi, qualsiasi cosa sia accaduto tra coniugi, tra genitori e
figli, tra figli e genitori, tra fratelli e fratelli, l’arte di sentire lo sguardo
di Dio sulla nostra casa, l’arte di vivere le difficoltà - perché ce ne sono
tante - nella costruzione della famiglia come un’offerta cara al Signore, perché
è difficile vivere in famiglia, perché siamo diversi, perché l’uomo è diverso
dalla donna, perché ci sono generazioni diverse che si interfacciano. Ci sono normalmente
tre generazioni che dialogano tra loro e qualche volta si azzuffano: la fascia
attiva, i genitori; poi c’è la fascia del futuro, i figli; poi c’è la fascia
del passato, i nonni. Tra l’altro, il Vangelo della Presentazione di Gesù al
Tempio, non ci presenta dei nonni in senso tecnico ma certamente nonni adottivi,
come oggi si ama dire, inserendo nella scena di Maria e Giuseppe al Tempio le
figure del vecchio Simeone e di Anna, donna ottantaquattrenne che gira nel Tempio,
che zela l’onore del santuario,
direbbe Bartolo Longo
nella Supplica, che si occupa delle cose di Dio. Quindi la difficoltà della famiglia
deriva dalla difficoltà propria del dialogare tra generazioni diverse. Ogni
generazione ha la sua lingua, lo vedono quelli tra voi che hanno figli
adolescenti: quanta fatica si fa a stargli dietro, anche a capire quello che
dicono! A volte i genitori sembrano le “belle addormentate nel bosco” rispetto
ai figli che smanettano sul telefonino, che si mettono in collegamento via internet
con persone lontanissime e noi pensiamo che sia ancora quel bambino, quella
bambina innocente che abbiamo accolto e accompagnato nei primi anni di
crescita. La difficoltà a dialogare è fondamentalmente una difficoltà di
linguaggi: parliamo lingue diverse, le lingue dei nonni sono mille miglia
lontano dal linguaggio dei nipoti. Noi (io un po’ sono nonno, un po’ sono padre)
apparteniamo ancora all’età della pietra per loro che sono i figli dell’era
digitale. Voi cercate di rincorrere questi nuovi linguaggi, ma sarà sempre come
parlare una lingua straniera; per loro no, è la loro lingua. Noi cerchiamo sul
vocabolario i corrispettivi dei nostri termini; loro la lingua non l’imparano
dall’esterno: è la loro lingua. Quindi capite - e non mi riferisco solo al
linguaggio digitale - quanta fatica si faccia a far convergere, a far sedere
intorno alla stessa mensa, a far dialogare genitori e figli, fratelli e sorelle
(c’è sempre stata una sorta di rivalità tra fratelli, soprattutto quando sono
due) e poi, quando intervengono i nonni, sembrano venire dall’Ottocento, dalla notte
dei tempi. Quindi chi sta al centro - e siete voi genitori, voi sposi - prende
colpi dall’uno e dall’altro versante, perché i nonni dicono: Non li sai educare, pensando che mazza e panella… (il
proverbio lo conoscete tutti). Invece i figli vi rimproverano che devono fare il
pellegrinaggio degli auguri a Natale, a Pasqua, nelle ricorrenze…
Un bambino diceva: Adesso andiamo dai
nonni e mi chiederanno: che fai a scuola? Cioè un copione: dicono sempre le
stesse cose. Una persona mi ha fatto segno che i nonni servono ad elargire un “centone”,
magari in tempi migliori, ora magari qualcosa in meno, ma sono una buona dose
di reddito (tra l’altro se scompaiono i nonni con le loro pensioni, scompare
anche una fonte di reddito, tanto per sorridere).
Si
fa fatica a dialogare, e questo dialogo più è faticoso, tanto più è costruttivo.
Questa diversità non va annullata. Pensate a certe tendenze anche ideologiche
di omofilia, dove si vuole annullare proprio la differenza; invece siamo
diversi, uomini e donne, genitori e figli, nonni e nipoti. Questa diversità
scomoda e che sarebbe facile omologare ad una nota che finirebbe con l’essere monótona, monotóna. Questa
diversità invece è una sfida. Il mondo si è costruito nei tempi di abbondanza o
nei tempi di difficoltà (noi ci siamo già dentro a un tempo di difficoltà)
facendo un ricamo tra esigenze diverse, raccontando i pregi gli uni degli altri,
portando dei doni. Mi piace consegnarvi questa immagine: la famiglia è un luogo
dove ciascuno porta il suo dono; siamo un po’ dei Magi che arrivano a casa e
portano doni. Attenti, i doni non li portano solo i grandi, li portano anche i bambini,
anzi i bambini portano i doni più preziosi, portano il loro sguardo, portano lo
stupore che forse noi abbiamo perso, portano anche una dimensione contemplativa
e quindi innata di fede, che gli studi, che l’usura ci ha fatto dimenticare e ci
ha fatto perdere. Quindi la famiglia è il luogo umano dove ciascuno porta un
dono, porta se stesso come dono. Allora chiediamo al Signore entusiasmo, un respiro
ampio nel pensarci e - concludo con questa immagine che in parte vi ho già consegnato
all’inizio della Messa - ad impegnarci su questa famiglia a “tre livelli”, la famiglia
alle nostre spalle, i genitori o i nonni, nei confronti dei quali pure abbiamo
dei doveri; certamente è in primo piano la famiglia che io ho costituito con
mia moglie, ma all’atto in cui divento genitore o sposo o coniuge, io non smetto
d’essere figlio e quindi c’è questa famiglia del passato da recuperare con
entusiasmo, come il luogo della memoria. Guai se venissero meno i nonni o gli
anziani! Se non avete dei nonni, adottateli; se i vostri genitori sono defunti,
trovate un anziano di riferimento e presentatelo al vostro bambino come un
“nonno d’adozione”, perché la famiglia del passato, quella alle nostre spalle,
è luogo della memoria, perché è colma di racconti, di fiabe, di proverbi, di
sapienza, di ritualità che noi rischiamo di perdere. Quindi la famiglia alle nostre
spalle porta il dono della memoria. Poi c’è la famiglia del futuro, quella che
ancora non c’è, quella che diventeremo quando i figli saranno grandi, quando
saremo nella nuova casa, quando andremo in pensione (ma adesso nessuno più
raggiungerà l’età pensionabile, quindi questo discorso faceva parte della predica
dell’anno scorso, cancelliamolo… Conviene sorridere,
altrimenti non si va avanti…) e quindi quando saremo
in una condizione di maggiore serenità, quando non dovremo correre, quando mio
figlio mi porterà un bambino e dirà: Questo
è tuo nipote e magari porta anche il tuo nome, ma questo è un problema di “ipotesi
di terzo tipo”, si diceva in grammatica latina. La famiglia del futuro ha anche
il dono del sogno. Guai se smettete di sognare voi come coniugi sui vostri
figli, sui nonni: non dobbiamo mai smettere di sognare e il sogno è questa amplificazione
della realtà, è la possibilità che i problemi che oggi viviamo all’interno della
famiglia, un giorno trovino una loro collocazione pacifica. Quindi la famiglia
di ieri è la memoria; la famiglia di domani è il sogno, il dono della profezia,
è guardare avanti con ottimismo, costi quello che costi (non raccontiamo ai
nostri bambini che siamo in crisi economica, per favore, teniamo per noi certe tensioni).
Poi c’è la famiglia dell’oggi e, purtroppo, l’“oggi” per voi e per me si chiama
“impegno”. C’è impegno a cucinare, impegno a lavorare, per quanto il mercato
offra lavoro, impegno a vivere un presente probabilmente non proprio da sogno,
ma che potrà diventarlo se io resisto, se io sono fedele a mio marito, a mia
moglie, ai miei figli. C’è anche una fedeltà nei confronti dei figli che bisogna
sottolineare, nonostante il mio nervosismo, nonostante il mio essere in
menopausa, nonostante il mio esaurimento, nonostante i problemi lavorativi, un
oggi che mi si presenta come opportunità. Forse che i nostri genitori, i nostri
nonni non hanno avuto anche loro le loro gatte da pelare, i loro momenti bui,
le loro crisi?
La
crisi non è un incidente. La crisi ha scansione quasi metodica, è una sorta di
respiro, di evoluzione della coppia. Allora l’oggi è anche l’oggi della crisi,
dove vorrei andarmene ma rimango, dove vorrei fare il minimo indispensabile e
tornare a casa quando sono tutti a letto e invece mi presento all’ora di cena,
quando vorrei andarmene lontano e invece resto. La famiglia di Nazareth ci
aiuti a mettere insieme queste tre dimensioni: la memoria (la famiglia alle spalle),
l’impegno (la famiglia di oggi), il sogno (la famiglia di domani).
Molte
volte nella storia - perché la storia si ripete, ha i suoi ricorsi, diceva Giambattista Vico - si è tentato di cancellare la famiglia; anche
oggi e anche ai tempi di Erode. Pensate alla Repubblica di Platone, che pure è
un’opera filosofico-politica e che aveva l’idea di sottrarre
i figli dall’ambito familiare e di educarli secondo le leggi dello stato; in
fondo i kibbutz che
abbiamo visto noi cinquantenni in Israele, e non solo, sono una riedizione: di
volta in volta cambiano i colori politici, cambiano le idee, ma si cerca sempre
di mettere la dinamite sotto la casa per dire che è una cosa superata, che
adesso ci sono le famiglie aperte, le famiglie per caso, le famiglie solo in
vacanza, le famiglie per un giorno, le famiglie per la foto di Natale… Sta di fatto che ogniqualvolta la società, anche
semplicemente umana, a prescindere da ogni sentire religioso, ha voluto
riprogettarsi, ha ripuntato sulla famiglia, e noi dobbiamo
fare questo, qui, adesso.
Spero
– e lancio questa provocazione – che questa festa della famiglia faccia venire
in mente, ovviamente a quelli che ne hanno l’età, di fare un altro figlio. Proprio adesso che stiamo in crisi? Sì,
proprio adesso: fai un altro figlio, progettalo, perché la famiglia di domani è
un sogno. Domani racconterete a questo figlio: Sai quando sei nato? È stato anche colpa del Vescovo Arturo! -
Poi questi bambini, adolescenti, verranno a bussare all’Episcopio, speriamo non
armati... - Sai quando ti abbiamo
sognato? In un tempo buio, perché i grandi sogni si fanno di notte, perché
i grandi ideali nascono nei momenti di più grande difficoltà, perché bisogna
accendere delle luci in questa notte, in questa crisi buia, verso la quale ci
avviamo con un po’ di ironia, dicendo: Va
bene, siamo cinque ma possiamo anche essere in sei, siamo in tre ma possiamo anche
essere in quattro, siamo in due ma possiamo anche essere in tre. Come
dicevano i nostri nonni: dove mangiano due mangiano tre, dove mangiano tre
mangiano quattro.
Vorrei
concludere con un saluto particolare ad Andrea e Annarita, una coppia di
Pescara, due animatori della mia Parrocchia che sono passati di qui e ora sono
qui in chiesa; sono ancora giovanissimi, quindi c’è la possibilità che qualche altro
figlio sbuchi (so che staranno pensando: Speriamo
di no!) ed hanno cinque figli. Adesso avere cinque figli, con i tempi che
corrono, da parte di una coppia giovane è una vera follia. Io dico grazie ad
Andrea ed Annarita (li penso sempre con affetto) perché quando arrivano,
arrivano con un pullmino, eppure la più grande ricchezza della vita è la vita.
Allora, se qualcuno di voi, qualche coppia che abbia ancora l’età, formula in questa
Eucarestia questo proposito - Ok, stasera
rompiamo gli argini e ci apriamo a questa follia -, la Festa della Sacra Famiglia
2011 non sarà stata del tutto inutile. Sarà stata utile per tanti motivi, anche
per questo ottimismo di cui abbiamo bisogno, perché fa troppo freddo e allora
accendiamo un po’ di fuoco e non c’è nulla di più caldo della vita. Auguri.
Saluto
finale
Il
prossimo appuntamento di tutta la Diocesi è venerdì 17 febbraio per l’Ordinazione
Presbiterale di Don Francesco. Ci prepariamo a quell’evento con la preghiera,
offrendo qualche sacrificio che inevitabilmente la vita ci offre (non c’è
bisogno che ce li andiamo a cercare: ci vengono incontro e c’è solo l’imbarazzo
della scelta). Auguro alle famiglie di riscoprire la propria vocazione e di riprendere
con entusiasmo il cammino, perché il futuro è nelle vostre mani.
Ringrazio
gli operatori della Pastorale Familiare della nostra Diocesi, che sta prendendo
il volo – il soggetto è “la Pastorale” – è già decollata. Questo anno ha una iniziativa
pretenziosa, perché bisogna sapere sognare in grande: una vacanza sulle Dolomiti,
che abbia anche momenti formativi, per le famiglie che lo vogliano. Ovviamente
per questo bisogna prenotarsi; si tratta dell’ultima settimana di luglio. Noi
abbiamo un albergo per ora già prenotato, ma nel caso in cui tutta la Diocesi voglia
riversarsi, possiamo occupare tutta la valle. Questo bisogna saperlo per tempo.
È organizzata, anche con un prezzo accessibile, in una cornice meravigliosa quale
quella delle Dolomiti, una settimana di svago, di escursioni, anche di momenti
di riflessione e celebrativi: è una vacanza sana. Non è Cuba, tanto per
intenderci, è più economica ma soprattutto più sana. Per questo motivo, ma non
solo per questo, alla fine di questa celebrazione riceverete in dono un
salvadanaio. Ma attenti, è solo per le coppie presenti. L’anno scorso avete avuto
la “cucchiarella”: spero che l’abbiate utilizzata e
si sia consumata. Quest’anno abbiamo pensato ad un salvadanaio che è per una
cosa bella. Per quelli che vengono alla vacanza, potete utilizzarla per questo;
se non venite alla vacanza, per un altro progetto che sia della famiglia. Quindi
è bello avere un salvadanaio, così come noi eravamo abituati da bambini, per
fare un sacrificio oggi in vista di un bene più grande che riceveremo domani.
Può essere un invito al risparmio, ma intelligente.
***
Il
testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto
dall’autore.